Marta Nicolazzi

Quando è nata la tua passione per la ginnastica artistica?

« Strana storia la mia… Ricordo di aver avuto circa 6 o 7 anni, quando mio papà, una domenica pomeriggio, mi portò per la prima volta a vedere il circo: rimasi letteralmente folgorata da trapezisti e acrobati, per tutto lo spettacolo non feci altro che pensare ai salti pazzeschi che avevo appena visto. Una volta a casa, tentai di fare ruote e verticali appoggiata all’armadio di camera mia, pur non essendone capace. Cominciai a chiedere insistentemente a mia madre di portarmi in palestra per cominciare ginnastica, lo sport che più mi avrebbe permesso di imitare gli acrobati, ma ovviamente dovevo prima imparare a nuotare e prendere gli ultimi brevetti che mi mancavano alla collezione. Nel frattempo, cominciai con il pre-agonismo e, in seguito, anche in agonismo, con tanto di gare comprese: niente da fare! odiavo il nuoto e la mia testa già era fissa in palestra. A dieci anni avevo finalmente ottenuto tutti i brevetti e così andai da mia madre e mi ricordo ancora di averle detto: “Ti ho accontentata e ho fatto tutto quello che volevi tu per il nuoto; ora però tocca a me, e io voglio fare ginnastica”. Nel giro di un mese mi ero già iscritta nella mia prima società di artistica e cominciò così il mio viaggio in questo meraviglioso mondo».

 

Hai un ricordo dei tuoi primi anni di ginnastica?

« Il ricordo più bello è anche uno di quelli che mi rende più orgogliosa. A dieci anni ero iscritta in una società che mi aveva inserito in un corso base, ma io volevo fare di più. Avevo già imparato a fare le rovesciate e mi ero messa in testa a quel punto di voler fare anche il Flick. Ovviamente per un corso base era un po’ troppo, e per intraprendere un percorso agonistico non ero più così piccola. Decisi quindi che, poiché nessuno voleva insegnarmelo, l’avrei imparato da sola…a casa…sul lettone dei miei…senza sapere minimamente come fare! Dopo un mese, una gamba del letto sfondata e un numero di tentativi indefiniti, avevo vinto io. L’allenamento successivo mi presentai in palestra e feci vedere alla mia insegnate cosa avessi imparato da sola. Lei mi presentò subito alle stesse insegnanti dell’agonismo che un mese prima mi avevano scartata, ma che dal quel momento cominciavano a dimostrare un certo interesse nei miei confronti, e a fine allenamento me ne andai per sempre da quella palestra. Preferii una nuova società che credette in me fin da subito e che mi accompagnò in un percorso che ormai dura da dodici anni!»

 

Che cosa rappresenta per te la società Corpo Libero Gymnastics Team?

«Due termini mi vengono in mente se penso al Corpo Libero. Il primo è casa: c’è sempre stata, ci sono cresciuta, ha riempito e riempie tuttora gran parte delle mie settimane, prima come atleta e poi come insegnante. Il secondo invece è scuola di vita: gli anni in cui mi sono formata come persona erano anche gli anni in cui ero un’atleta, in cui ho stretto delle amicizie che tuttora possono essere definite tali; perché ho capito cosa vuol dire fare e essere una squadra; perché mi relazionavo con delle persone più grandi di me, ma che mi hanno aiutata nel periodo dell’adolescenza; perché mi sono divertita come mai e perché i ricordi più belli appartengono a quel periodo. Scuola di vita anche perché mi ha permesso di cominciare a lavorare in questo mondo: è stato il mio primo lavoro. Sentirmi apprezzata perché per l’ennesima volta questa società ha creduto in me e mi ha spinto a cominciare questo nuovo percorso, che mi ha permesso di gestire le responsabilità, i problemi, le situazioni e i rapporti. Mi ha insegnato a stare al mondo».

 

Che tipo di corsi segui generalmente?

«Generalmente seguo corsi base: dai piccolini del pre-scolare di 4-5 anni fino alle ragazze delle medie».

 

Quali sono le tue linee guida nell’insegnamento?

«Ci sono mille linee guida e mille cose cui stare attenti quando s’insegna, ma penso che ce ne sia una che stia sopra a tutte: mettersi sempre nei panni dell’altro. Quello che per me è fondamentale al fine di portare a termine un allenamento con le mie ginnaste in modo sereno e farle uscire dalla palestra con il sorriso, è il cercare di comprendere il perché di ogni loro azione e di ogni loro comportamento. In fin dei conti siamo educatori anche noi e ogni atleta è diverso dall’altro; è impossibile applicare uno schema fisso, uguale per tutti. Sono stata atleta anch’io e un allenatore che non riesce a capirti non sarà mai in grado di spronarti e migliorarti».

 

Attrezzo preferito?

«Corpo libero. L’adrenalina e la carica prima di iniziare un esercizio in pedana sono qualcosa di unico».

 

Scegli un aggettivo che descriva il lavoro di allenatore.

«Appagante: si tratta di trasmettere una passione e riuscire nell’intento è la cosa più bella; perché si tratta di insegnare difficoltà e superare ostacoli che magari tu stesso hai affrontato. L’allenatore viene preso dai ginnasti come punto di riferimento ed esempio da seguire e alla fine ogni volta che porti a termine un allenamento porti a casa qualcosa in più che prima ti mancava».

 

Qual è la cosa più importante per un ginnasta?

« I complimenti. Sembra banale e scontato, ma dietro al lavoro di un ginnasta ci sono impegno e sacrificio e, troppo spesso, ci ricordiamo solo delle cose negative. È fondamentale per un atleta ricevere in continuazione nuovi stimoli; non c’è cosa più bella del sentirsi apprezzati per il lavoro svolto. Premiare e complimentarsi per i risultati ottenuti porta a fare sempre meglio e a far crescere il ginnasta; non solo dal punto di vista sportivo ma anche in ambito personale e dell’autostima».

 

Se dovessi tornare ginnasta, cosa vorresti imparare?

«Fioretto-attacco kippe! sono millenni che lo provo ma, a quanto pare, non fa per me; e riuscire a portare sul quadrato teso avanti con un avvitamento».

 

Marta Nicolazzi